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Una battaglia difficile, da combattere ogni giorno

ANNA LOSURDO*

LA VIOLENZA SIMBOLICA SI COMPONE DI STEREOTIPI, SVALUTAZIONE, ASSENZA, OMISSIONE, E PREGIUDIZI DA CONTRASTARE

Celebriamo anche quest’anno la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, consapevoli di non poterla sconfiggere in un giorno. La violenza contro le donne si contrasta ogni giorno, per tutto l’anno. Per quanti anni? Quanti ancora ne serviranno? Perché a ben vedere, guardando all’Italia, il fenomeno è diventato “strutturale”, come si va ripetendo anche in questi giorni e come tristemente ci raccontano i dati, patrimonio informativo condiviso. Ripetiamo da tempo che il problema è culturale. La domanda che resta senza risposta è per chi?

Certamente è una buona prassi quella della formazione congiunta di tutti i soggetti chiamati a gestire le situazioni di violenza e ad assistere, proteggere e sostenere le vittime. Operatrici e operatori del 118, dottoresse e medici, forze dell’ordine, avvocate, avvocati e giudici formati insieme, ma solo dopo aver fatto i conti con gli stereotipi sessisti di cui sono portatrici e portatori. Di certo la leva dell’inasprimento delle pene e della legislazione speciale non ha funzionato in termini di reati commessi e non ha inciso in misura significativa sulla prevenzione del fenomeno. Qualche risultato si è avuto in termini di efficacia della protezione. Ma troppo poco per parlarne in termini ottimistici. Troppo spesso i provvedimenti normativi sono accompagnati da retorico ottimismo e da ottimistica retorica. Troppo poco, appunto. Viene uccisa una donna ogni tre giorni. E con lei spesso anche figlie e figli, vittime della stessa violenza, che li uccide con le loro madri o li lascia orfani. Occorre una monumentale opera di contrasto alla violenza invisibile, fatta di sessismo e di maschilismo, che connota ogni ambito della nostra società intrinsecamente ancora patriarcale.

È questo il fondamento della violenza contro le donne, la struttura di potere e la cultura maschilista, che è dentro ciascuno di noi perché tutte e tutti acquisiamo quelle categorie appena nasciamo. La violenza simbolica è fatta di stereotipi, svalutazione, assenza, omissione, imposizione, pregiudizi. La questione culturale riguarda tutti, altrimenti ci si continua a rivolgere ad altri da sé, allontanando il problema che invece non abita altrove. Ma riguarda il legislatore, che continua ad emanare leggi che discriminano; media e istituzioni che, al netto di qualche sforzo, continuano a propagandare un modello di donna subalterna e confinata negli stereotipi millenari, spesso senza nemmeno riuscire ad usare le parole corrette per definirle, soprattutto nei ruoli di potere. Riguarda le cittadine e i cittadini, portatrici e portatori di stereotipi introiettati. E chiama in causa la scuola, che dovrebbe aiutare le persone minori di età, a iniziare dalle bambine e dai bambini, a crescere senza stereotipi e senza pregiudizi. Si usa dire che dobbiamo iniziare da loro, ma di loro devono occuparsi persone adulte spesso inidonee, se non hanno intrapreso a loro volta il percorso della consapevolezza per liberarsi da quegli stereotipi.

Una battaglia certamente faticosa, che richiede impegno personale e collettivo ben oltre la retorica del 25 novembre e dell’ 8 marzo, destinata a mettere in crisi e a rompere un intero sistema di potere.

* AVVOCATA DEL FORO DI BARI, COMPONENTE DELLA COMMISSIONE INTEGRATA PER LE PARI OPPORTUNITÀ DEL CNF

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