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Bibbiano, il giorno del giudizio La verità sul “metodo” Foti

“ANGELI E DEMONI” OGGI LA DECISIONE DEL GUP SUGLI AFFIDI

Finalmente sarà un tribunale a dire se il metodo scientifico applicato da Claudio Foti, lo psicologo torinese imputato in abbreviato nel processo “Angeli e demoni” sui presunti affidi illeciti, sia corretto o meno. Perché di questo, al di là delle accuse mosse dalla procura, si tratta secondo la difesa: un processo alla scienza. Il tutto mentre, parallelamente, il Tribunale mediatico ha già processato e condannato gli imputati, sulla scorta, spesso e volentieri, di fake news, imprecisioni e speculazioni. Oggi sarà anche il giorno in cui il gup Dario De Luca si pronuncerà sulla richiesta di rinviare a giudizio le altre 22 persone coinvolte nell’inchiesta, tra le quali anche il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti. Foti è accusato di frode processuale, lesioni ( per le «modalità suggestive» con cui avrebbe effettuato la psicoterapia su una ragazzina, «ingenerando in lei la convinzione di essere stata abusata dal padre e dal socio» e causandole «depressione» ), mentre Carletti è accusato di abuso di ufficio. Entrambi, dunque, non hanno mai avuto nulla a che vedere con i presunti affidi illeciti. Ma per due anni il nome del primo cittadino è stato associato all’inchiesta in modo da poter dare ad un reato orribile un’identità geografica, Bibbiano, e un colore politico, quello del Pd.

Il metodo messo sotto accusa è quello del Cismai ( associazione alla quale aderiscono importantissimi studiosi, quali i neuropsichiatri Luigi Cancrini e Marinella Malacrea e la psichiatra Malagoli Togliatti), metodo che ha valenza clinica ( cioè di cura) al quale i critici contrappongono la cosiddetta “Carta di Noto”, che ha solo valenza forense e non è utilizzata a fini terapeutici. Entrambi i metodi, comunque, sono riconosciuti dal ministero della Salute. E nella sentenza con la quale la Corte d’Appello di Ancona ha rigettato le richieste di revisione del processo avanzata da Federico Scotta, condannato a undici anni di carcere nell’inchiesta sui “diavoli della Bassa modenese”, viene chiarito come «la pretesa inosservanza dei più aggiornati criteri dettati dalla cosiddetta “Carta di Noto” nella conduzione dell’esame dei minori non determina nullità o inutilizzabilità della prova; se risultano violate le “linee guida” sull’ascolto del minore ciò non significa necessariamente che il narrato del minore sia falso. Semmai, le metodiche a suo tempo prescelte ( il metodo Cismai, ndr) ressero nello scrutinio di validità effettuato dai giudici che le ritennero funzionali allo scopo e non impregnate di errori “scientifici” tali da produrre la falsificazione di dati obiettivi». Insomma, non solo tale metodo è riconosciuto dalla comunità scientifica, ma ha anche già retto al vaglio dei giudici. Ma negli ultimi giorni a tenere banco è stata la ( non) notizia del ritorno a casa di tutti i minori coinvolti nel caso, dieci in tutto. La stessa notizia era stata diffusa anche nel 2019, a pochi giorni dall’esecuzione degli arresti. E in entrambi i casi si tratta di storia già vecchia. I dati a disposizione del Dubbio sono, infatti, chiari. A rientrare a casa subito dopo gli arresti, scattati il 27 giugno 2019, sono stati infatti solo quattro minori, mentre tre non erano mai stati nemmeno allontanati dalla famiglia. Altri tre, infine, erano rimasti con la madre separata dal padre. Un dato che va associato anche ad un’altra informazione: lo scopo dell’affido extrafamiliare è quello di dare modo alla famiglia naturale di migliorare la competenza genitoriale risolvendo i problemi che hanno reso necessario l’allontanamento, con lo scopo finale del ricongiungimento. Il rientro a casa di quei minori, dunque, era del tutto naturale e così sarebbero andate le cose anche nel caso in cui non ci fosse stata alcuna inchiesta. Ma come sono finiti in affido questi ragazzi? La tesi di fondo è che a gonfiare i casi fossero gli assistenti sociali della Val d’Enza, con lo scopo di monetizzare sugli affidi. Ma ad accertare situazioni di disagio e ad ipotizzare abusi sessuali erano state le istituzioni. Alcune situazioni erano state, infatti, segnalate dalle scuole, in due casi con tanto di comunicazione scritta. Sempre le scuole, inoltre, hanno fornito riscontri a conferma del disagio di altri due casi: in uno era stata la bambina a rivelare i presunti abusi ai familiari, poi raccontati alla psicologa dell’Asl, in un altro il bambino ne aveva parlato al centro diurno all'educatore presente, disagi confermati anche dagli insegnanti. La guardia medica si è poi rivolta ai carabinieri per un altro caso: in quell’occasione è stata l’Arma ad attivare i Servizi sociali che con madre, due bambini e i carabinieri si sono recati al pronto soccorso, dove il referto di uscita dell’ospedale segnalava un «sospetto abuso sessuale». In un altro caso è stata la bambina stessa, lasciata sola in casa dai genitori, a contattare il 112 e i carabinieri intervenuti sul posto hanno constatato lo stato di abbandono, consegnando ( con verbale scritto) la minore ai Servizi sociali. Una casa «trascurata», scrivevano gli operatori intervenuti assieme ai carabinieri, con «cibo avariato lasciato sui mobili da diversi giorni e disordine generale». Secondo l’informativa consegnata al pm dagli investigatori del caso “Angeli e Demoni”, sul punto non vi sarebbe, però, alcuna conferma da parte dei militari che si trovano lì assieme ai servizi. Una circostanza che, però, non concorda con quanto contenuto nel dvd in allegato all’informativa datata novembre 2018. Lì dentro, infatti, sono contenute le sit dei due carabinieri, che concordano con quanto appuntato dagli assistenti sociali nella relazione redatta quel giorno stesso. Ma proprio quelle sit non erano presenti nel fascicolo del pm, perché contenute solo in un dvd e unicamente in formato word, non scansionato e senza firma. Solo dopo le eccezioni formulate dalle difese degli imputati le sit firmate dai due carabinieri sono state dunque prodotte negli atti del processo. Ma le storie non finiscono qui. In un’altra occasione è stata la madre del bambino, separata dal padre, a fare querela contro quest’ultimo, descrivendo gli abusi sessuali raccontati dal piccolo. Bambino che è dunque sempre rimasto con la madre che, davanti al Tribunale per i minorenni, ha raccontato degli abusi a lei descritti dal figlio. Altre due sorelle, mai allontanate dalla madre, con la quale erano rimaste dopo la separazione dal padre, sono un caso emblematico: mentre una delle due ha manifestato gesti di autolesionismo, l’altra avrebbe raccontato alla madre episodi di molestie da parte del socio del padre, riferendo anche di un’esperienza sessuale traumatica all’età di 13 anni. A forzarla ad avere rapporti un ragazzino di 15 anni, all’epoca già sotto osservazione da parte della giustizia penale minorile per furti ed oggi condannato perché, da maggiorenne, si è reso protagonista di una rapina molto violenta. A raccontare tali episodi è stata, dunque, la stessa madre, che davanti al Tribunale per i minorenni, a verbale, ha descritto le figlie come vittime per quanto riguarda gli episodi extrafamiliari.

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